Yo soy “Tano”!

On 4 dicembre 2010, in Argentina, by Dome

Tempo di tornare a casa dopo un piacevole weekend in Oslo, faccio solo in tempo a preparare lo zaino che già mi ritrovo in treno direzione Milano, verso l’aeroporto. Sarà un altro di quei viaggi intercontinentali lunghi, 25 ore sulla carta, di cui 10 di stopover a Madrid. Ho del lavoro arretrato che mi attanaglia da un paio di settimane, ma per meglio affrontare il jet-lag decido di sonnecchiare tra le panchine del mio gate, interrompendo i dormiveglia con pure necessità umane: cibo e bagno. Però nel frattempo una strana sensazione si è fatta strada: rimanendo lì disteso, immobile, dove centinaia di persone hanno fatto in tempo ad arrivare ed andarsene, mi sento senza una meta, senza quella solita cinetica che mi ha spinto a ripartire. Ero perso.

Per fortuna alla mezzanotte mancava poco e l’imbarco mi ha distratto da queste “nuove” domande esistenziali. Ci rifilano subito la cena, filmetto e torno a dormire. E’ una giornata splendida quella che mi accoglie a Buenos Aires, il sole è alto, l’aria frizzantina. Avvicinandosi alla città, dal finestrino dello shuttle bus, vedo case incomplete, panni stesi ad asciugare sui tetti, una ragnatela di cavi imbrogliarsi da un angolo all’altro delle abitazioni, una selva di antenne, strade sporche e vicoli che inspirano poca sicurezza ma pian piano le case vengono rimpiazzate da normali edifici, palazzi e grattacieli, simboli di una grossa città non mi sento tradito dalle mie aspettative. Ed iniziano le prime difficoltà: qui l’inglese lo parlano in pochi! E non capisco una mazza di quello che mi dicono, parlano decisamente troppo veloce. Passeggiando per le quadras, mi sembra di essere a Napoli: strade trafficate, clacson a destra e a manca, pieno di gente che passeggia in marciapiedi dissestati, che se ne sta’ seduta al bar, che fa l’elemosina, che ti vende le noccioline caramellate, borse, occhiali, braccialetti, calzini e chi più ne ha più ne metta. Ci sono una miriade di treatri (tra cui il teatro Colon, uno dei più importanti al mondo), a manciate nella stessa via, negozi di strumenti musicali dai quali fuoriescono le immancabili note del tango e tantissimi negozi di libri: tutto ciò a testimonianza di quanto questa città è viva e culturalmente importante.

Da far notare che Buenos Aires non possiede quell’istantaneo “fattore wow” di altre grandi città come Roma, Londra o Sydney. Non basta una fugace visita per comprendere la bellezza tutta sua de La Capital. Col tempo ci si ne innamora. Parlando coi locali, girovagando per i quartieri, trovando il posto giusto per fare le colazioni.. in altre parole bisogna viverla! Non bisogna poi dimenticare che anche qui han vissuti momenti intrisi di dolore. Per quanto civilizzata sia, Baires ha avuto delle parentesi piuttosto barbare. La storia non necessita di ripetersi da questi parti: tanto per menzionare le dittature degli anni ’70, le croniche guerre delle isole Falkland, le ineguaglianze di ricchezza e opportunità e la crisi economica del 2001 sono tutti problemi che ancor oggi sopravvivono.

E poi fa strano sentir parlare così enfaticamente bene di quello che l’italiano, “tano”, ha fatto per l’argentina: di solito all’estero dell’Italia non si usano splendidi aggettivi. E non nego che mi fa tanto sorridere sentire il porteño ordinare una cerveza chiamandola birra, magari senza sapere che quel suo slang ha una sua etimologia ben precisa. 🙂

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One Response to Yo soy “Tano”!

  1. Tripluca ha detto:

    Vai Domenico! Buona Baires!

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