Più poi che prima

On 20 dicembre 2013, in Singapore, by Dome

È una corsa. Ma anche no. Il tempo a disposizione non è a mio favore e come al mio solito non mi sono preparato per nulla a dove andare a mettere piede. Ottimizzazione dei tempi inesistente. Ho uno scalo di 33 ora a Singapore e a mio favore non ho proprio nulla, nemmeno gli orari di arrivo e ripartenza visto che arrivo la sera, devo ancora decidere in quale cuscino poggiare la mia testa e non so nemmeno come sia organizzata questa città. Fortuna vuole che l’aeroporto di Singapore offra WiFi gratuito (eh si, dopo 10 anni di onorato servizio il vecchio nokia ha dato spazio ad uno smartphone di seconda mano) e possa finalmente goderne: «www.hostelw…» «next please!». Maledetta efficienza, sono già oltre il controllo passaporti e non ho ancora carpito un nome di un ostello. «città Singapore, notti una, guest uno… cerca» Ma dai, no! Il mio bagaglio è tra i primi ad uscire. Neanche a farlo apposta! Voglio dire, magari sempre così ma proprio oggi che ho bisogno di tempo proprio non mi piace. «Ordiniamo per prezzo, huh, non male quanto a quattrini, mi aspetto più caro, visualizziamo la mappa e… screenshot!». Classico prelievo all’ATM, biglietto della metro e dopo pochi minuti mi trovo seduto in carrozza. 30 minuti per essere fuori dall’aeroporto. Allora è vero quello che si dice di questo stato, all’avanguardia.

Quanto caldo ed umido. Passare dall’aria polare/condizionata al mondo esterno è come immergersi in un bagno di gelatina: si boccheggia alla grande e lo zaino acquista il doppio del suo peso ad ogni passo. Manca l’aria, non sono abituato a certe condizioni soprattutto senza preavviso e un graduale allenamento. Caccio fuori la mappa, non capisco dove sono, ci sono lavori in corso un po’ ovunque, chiedo indicazioni ma mi rispondono in indiano, riesco a scorgere il nome dell’hotel di riferimento, sudo, mi incammino verso si questo, giro l’angolo ma la strada appare alquanto vuota. «Mi son perso» penso, «hai cercato un ostello economico ed è ovvio che sia in mezzo al nulla» mi rispondo. «Ok, vediamo di essere obiettivi, siamo arrivati da là, la linea della metro corre di qua… ma si dai è giusta la direzione, fidati Dome». Mentre cammino rido, rido di me stesso e dell’altro, quell’altro con cui parlo regolarmente nei miei pensieri.

In lontananza l’insegna dell’ostello, la pancia rivendica la dovuta attenzione. «Ce l’abbiamo fatta anche questa volta». Doh! Di nuovo, non imparerò mai. Una porta rossa, una serratura a combinazione, un campanello ed un cartello: «Suonate e se non apriamo chiamate il numero qui sotto». «Spero tanto che ci sia qualcuno ad apr…» «Sorry, I need to get it in». Wonderful, un guest è appena ritornato e salgo con lui. Per $16/notte in dormitorio non mi aspettavo lusso ma dormire in un loculo proprio non me lo ero aspettato: una parete, suddivisa in quadrati un metro per un metro e due di profondità. E freddo, maledetta aria condizionata. Mi par di essere all’obitorio. Giù lo zaino, una spruzzata d’acqua in viso, reflex in una mano e una mappa nell’altra: «Siamo pronti all’azione!». Doh!

Due strade più in là un food court che pare un formicaio tant’è affollato. Faccio un giro delle cucine. Ne faccio un altro. E che cavolo, sono a Singapore, Hokkien noodle rigorosamente! Ma quali tra le svariate proposte? Terzo giro dell’ovale, quasi quarto quando dai vapori di una cucina sbuca un vecchio che a precisi colpi di polsi fa saltare il cibo da un wok all’altro; con quei baffetti e la bandana stretta sulla fronte e il suo talento da maestro di arti marziali la scelta era fatta, rincuorato soprattutto dalla moglie che dall’ombra di un angolo, con uno sguardo da vera padrona incazzata fissava il marito spadellare pronta a scagliargli un coltello da macellaio al primo minimo accenno di imperfezione. Quei noodles devono per forza essere buoni da morire!

Rifocillato mi rimetto in marcia, esco dal food court e mi sento svenire. No, non è stanchezza, nemmeno il caldo. È puzza, tipo puzza di fogna ma è potentissimo. Mi pare di sapere cosa sia ma non riesco a capacitarmi, l’olezzo non mi da tregua. Spinto da tanto coraggio quanta incoscienza, giro la testa facendomi dirigere dall’olfatto e tutto fu più chiaro: un centinaio di durian ammucchiati su un muro. «Ci avevano quasi stesi».

Primo o poi smetterò di usare il noi.

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